Commercialisti: la sfida dell’aggregazione
Recentemente, sono stato a Milano per discutere i dati dell’Osservatorio Polimi Professionisti e Innovazione Digitale presentati nell’ambito dello studio 2024-2025 “Professionisti, alla ricerca di un equilibrio tra tradizione e innovazione”.
Vorrei tornare su un punto chiave della ricerca che mi ha colpito sin dal primo momento. Gli studi professionali di maggiori dimensione stanno affrontando meglio la transizione rappresentata dalla trasformazione digitale e dai cambiamenti imposti dalle nuove esigenze della clientela. Anche gli studi multidisciplinari si comportano meglio, cioè sono più performanti. Purtroppo, l’Osservatorio non dice quanti sono gli studi grandi o quelli multidisciplinari, né dove si trovano e, soprattutto, nulla dice su quali siano le tendenze in atto.
L’unico dato certo, per ora, riguarda la crescita costante e significativa, almeno per i Commercialisti, delle società tra professionisti (Stp). Secondo il Rapporto 2025 della FNC Ricerca, infatti, le Stp, a fine 2024, sono 1.961, con un incremento annuale dell’11%. Una precedente ricerca, sempre della FNC, sul ruolo delle Stp nella professione di Commercialista, calcolava in 2,8 il numero medio dei soci e in 4,2 quello dei dipendenti. Se così fosse ancora oggi, avremmo che i Commercialisti soci di Stp sono circa 5.500 su 100 mila, considerando solo gli iscritti alle casse di previdenza e non gli iscritti all’albo. Inoltre, se consideriamo dipendenti, collaboratori e praticanti, in media non superiamo le dieci unità di personale. Pertanto, è chiaro che neanche la media delle Stp rientra nei grandi studi mappati dall’Osservatorio Polimi.
E’ evidente quindi che stiamo parlando di poche realtà, significative, importanti, prevalentemente collocate nei grandi centri urbani, spesso multisede, collegate a network internazionali.
Intanto, però, i dati dell’Osservatorio Polimi sono molto esplicativi nell’indicare la maggiore capacità degli studi grandi e di quelli multidisciplinari nel fronteggiare sia la sfida tech che quella normativa che oggi preoccupano maggiormente gli studi più piccoli.
Del resto, come dimostrato dalla ricerca FNC sull’effetto moltiplicatore degli studi aggregati, è noto che chi esercita la professione di Commercialista in forma associata o tramite una società tra professionisti, dichiara mediamente un reddito professionale almeno pari a 2,4 volte quello di chi esercita in forma individuale.
In particolare, un dato dell’Osservatorio che deve far riflettere molto è che solo i grandi studi e quelli multidisciplinari sono in grado di cogliere le opportunità del PNRR, ad esempio in tema di proprietà industriale, internazionalizzazione e sviluppo progetti legati alla transizione digitale ed ecologica.
Il modello di clusterizzazione proposto dall’Osservatorio, infine, arriva alla conclusione che la propensione per l’innovazione appare direttamente proporzionale alla dimensione dell’organico e alle professioni presenti nello studio. “Gli studi multidisciplinari – scrivono i ricercatori Polimi – e, ancora più, le realtà con organico superiore a 30 e ad 80 persone, esprimono un maggior dinamismo”.
Secondo questo modello, gli studi monodisciplinari e quelli più piccoli possono anche esprimere buone performance in termini di efficienza e struttura organizzativa così come nell’ambito della comunicazione e collaborazione interna, ma non riescono, evidentemente per limiti strutturali, a diversificare i servizi e a seguire un approccio innovativo, elementi ormai imprescindibili per la maggior parte delle pmi italiane.
Insomma, sembra ormai chiaro che la sfida tech non sia più alla portata dei piccoli studi professionali. I dati dell’Osservatorio Polimi, nel sottolineare l’importanza della dimensione e della multidisciplinarietà, che ne rappresenta il naturale complemento, lanciano una sfida senza precedenti al mondo libero professionale e a quello dei Commercialisti in particolare.
Autore
info@tommasodinardo.it
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