Ogni giorno ci domandiamo “Perchè?”, perchè i bambini muoiono a Gaza, perché i migranti vengono lasciati morire annegati, perché gli ucraini devono combattere per difendere la loro autonomia, perché il terrorismo islamico, perché gli americani si sono affidati a Trump, perché i russi non si liberano di Putin e così via, in un gioco all’infinito di perché che ci tramortisce, proprio come ci tramortiscono le notizie di cronaca quotidiana che ci raccontano un mondo sempre più lacerato e sempre più incomprensibile.

“Rammendare il Mondo” di Luca Meldolesi (Rubbettino Editore 2016 e 2026) è un libretto che ci aiuta a discernere, a interrogarci, a imboccare alcune stradette laterali di pensiero per capirci qualcosa in più, per evitare il gioco senza senso dei “perchè”, per cercare di capirne finalmente qualcosa di questo mondo globale nel quale siamo sempre più immersi.

Pubblicato la prima volta nel 2016 sulla scia della prepotente affermazione dell’Isis e della crescente marea di profughi che inondava l’Europa, “Rammendare il Mondo” è stato ripubblicato nel 2026, in inglese (Peter Lang Publisher) e poi anche di nuovo in italiano, con una presentazione ampliata e rivista anche per tenere conto dell’irrompere sulla scena globale della presidenza Trump e del nuovo mondo in via di formazione grazie anche all’ascesa del c.d. “Sud Globale”.

Probabilmente, ci troviamo in un punto della storia nel quale tutto sembra in gran movimento, al punto che lo stesso Meldolesi, intervenuto al Festival delle Culture di Giugliano in Campania il 13 maggio 2026, che prende il titolo proprio dal libro “Rammendare il Mondo”, ha affermato che la nuova prefazione, firmata nel mese di agosto del 2025, è già ormai superata. Un punto che ci provoca parecchio stress e tanta pressione per l’estrema difficoltà di dare un senso, logico ma soprattutto umano, alle cose che accadono o che non accadono quotidianamente.

“Cos’è successo?” – si chiede Meldolesi nella presentazione? Una domanda che molto probabilmente ognuno di noi sente farsi ogni mattina al risveglio. Una domanda – se mi è permesso fare un accostamento letterario – come quella che Luca Cupiello esclama nel primo atto di “Natale in casa Cupiello” quando rientra in camera dalla cucina con la colla sciolta nel barattolo e si imbatte in un coccio di piatto rotto poco prima dalla collera incontenibile di sua figlia Ninuccia che ha ridotto il presepe, sul quale lui stava lavorando, in tanti frammenti: “Ch’è stato?”. Una domanda alla quale, evidentemente, non possono rispondere le cronache, i giornali, i talk show televisivi, le chiacchierate al bar e, forse, neanche un convegno per quanto ben costruito e organizzato.

Una domanda che invece ci pone mille altri interrogativi, una domanda che non può finire, come accade a Luca Cupiello nel finale della commedia eduardiana, quando, ottenuto drammaticamente il sospirato “Sì” del figlio Tommasino alla domanda “Te piace’ ‘o Presebbio?”, “disperde lo sguardo lontano”, con la visione incantevole di un presepe grande come il mondo.

L’invenzione eduardiana del dramma finale che risolve il rebus della commedia non si addice per niente al lavoro di Luca Meldolesi, anzi, ci fa capire che spesso il mondo non vuol capire e nonostante la domanda sia giusta e sia quasi ossessiva, normalmente facciamo di tutto per evitarla e ci rifugiamo o nelle illusioni di foscoliana memoria o nel chiacchiericcio quotidiano del “Buongiorno!, Come va?”.

Sarà, forse, vero, ritornando a Eduardo, che gli esseri umani hanno bisogno di immagini di senso per poter abitare il dolore della vita, ma, nel nostro caso, il rammendare pretende di stare con i piedi per terra, di continuare a scavare nella realtà per comprenderla meglio e per orientarsi meglio dentro di essa. Non c’è dubbio, nella domanda che, in fondo, sorge dal dolore, dall’angoscia, dallo sgomento, c’è un fondamentale bisogno di capire, proprio come quello che apre il testo eduardiano e quindi Cos’è successo? Ch’e stato? O anche “Dove siamo capitati”?, viene da chiedersi.

Rammendare il Mondo è un tentativo, a tratti sofferto, di provare a rispondere, realmente, concretamente, senza timore, con coraggio, sì, perché anche nel mondo del pensiero c’è bisogno di coraggio, di audacia.

Ed è davvero con grande coraggio che Luca Meldolesi, economista, professore e operatore di politica economica, prende in mano alcuni testi del grande antropologo americano Clifford Geertz che negli anni ‘80 del secolo scorso ha collaborato con Albert Hirschman nella fondazione della School of Social Science presso l’Institute for Advanced Study di Princeton in New Jersey.

Geertz è un antropologo etnologo che ha dedicato una vita intera allo studio comparato di due realtà mussulmane lasciandoci delle riflessioni straordinarie che, secondo Meldolesi, offrono delle chiavi di lettura per certi versi decisive nella comprensione del mondo di oggi, così come del mondo di ieri.

Prima di addentrarci nel testo meldolesiano, vorrei chiarire lo scopo di questo piccolo contributo. Non è semplicemente una recensione. Il libro c’è, è disponibile da dieci anni, viene ripubblicato oggi, è un lavoro importante la cui lettura è certamente consigliata a quanti vorrebbero davvero capire ed essere accompagnati nel ragionamento anche per discuterlo e criticarlo. E certamente non mancheranno occasioni di incontro e dibattito. A me interessa, però, in modo particolare qui capire e sperimentare come il rammendare meldolesiano possa essere utile non solo a comprendere la situazione (globale, locale, mediterranea, mediorientale, euroasiatica, ecc…) e, quindi, ad orientarsi meglio nel caos globale in cui stiamo sempre più precipitando, ma, soprattutto, a delineare alcune idee e pratiche di policy, di intervento, che non devono necessariamente avere la pretesa di agire nel macro o addirittura nel globo, ma che possono muoversi nel micro, a partire dalla situazione in cui mi trovo, in cui ci troviamo, da dove sono situato, da quello che posso fare io direttamente e indirettamente.

Ammetto che non è facile. Perché la tentazione di farsi precipitare nel caos, di sentirsi disorientati e in un certo senso impotenti è grande con la conseguenza di ricadere facilmente nel circolo vizioso di non capire – non agire che alla fine dei conti conduce inevitabilmente a chiudersi finendo inesorabilmente dalla padella alla brace, cioè nell’istinto di autodifesa che diventa paradossalmente sclerotico e in molti casi rappresenta la base per ogni possibile deriva autoritaria.

E allora, proviamoci! Addentriamoci nella lettura e nella riflessione.Il testo chiave, non l’unico, con cui Meldolesi inizia ad avvalersi del lavoro di Geertz è “Un mondo in frammenti”, la prima sezione del volume “Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo”, un saggio nel quale l’autore analizza lo scenario geopolitico successivo alla caduta del Muro di Berlino. Qui Geertz sostiene, e in un certo senso ammonisce, che dopo la fine dei due blocchi contrapposti, il mondo, anziché sciogliersi in un unico grande blocco, si frantuma in mille pezzi, semplicemente perché viene meno il tappo ed emergono le differenze. Conduce, quindi, una serrata critica ai concetti di Stato, Nazione e Popolo che non sono più in grado di contenere la realtà e di spiegarne la fluidità e i micro-conflitti identitari. Il concetto di Stato-Nazione viene descritto quasi come un dogma occidentale. “Che cos’è un paese, se non è una nazione?” – si chiede Geertz. In questa domanda, evidentemente, c’è tutto un programma, un programma che interessa oggi in modo particolare Meldolesi quando pensa a elaborare una visione capace di tenere dentro il mondo intero. Un mondo frammentato ma anche liquefatto, che per essere contenuto ha bisogno di connessioni, di legami, di relazioni piuttosto che di muri, di confini e di blocchi. “Che cos’è una cultura se non c’è consenso?” è l’altra domanda chiave che affiora dal saggio di Geertz. Dopo la caduta del Muro e il crollo delle ideologie, Geertz vede nella cultura il nuovo terreno di scontro. Le persone cercano sicurezza rifugiandosi nelle proprie specificità. Emergono identità nuove, identità locali legate alla lingua, alle tradizioni, alla razza, alle religioni, all’arte, ecc… Emergono le differenze culturali che diventano il nuovo terreno di scontro, con rivendicazioni, battaglie autonomiste, guerre etniche, ecc… Geertz critica fortemente l’idea che vi sia una cultura occidentale unica in grado di globalizzare il mondo nell’ottica della fine della storia, presagisce un’epoca di nuove rivalità e conflitti, nega un futuro “villaggio globale” e lo vede invece intriso di frammenti che se non vengono tenuti insieme in qualche modo rischiano di vagare fino a scontrarsi. Geertz è il teorico della descrizione densa (thick description), un metodo cardine dell’antropologia interpretativa, da lui stesso elaborata e che si può descrivere con le sue stesse semplici parole

“Non guardiamo solo ai comportamenti umani ma ai significati che stanno dietro quei comportamenti”.

Quindi, per Geertz, l’antropologo non si limita a osservare il comportamento umano, cioè quello che le persone fanno, ma si impegna a decifrarne il significato culturale che le persone stesse attribuiscono a quel comportamento e cioè perché lo fanno, con quale intenzione.

In maniera sorprendente, però, Meldolesi inizia la trattazione del suo libro con delle vere e proprie deviazioni del percorso tracciato nella presentazione e nell’introduzione e passa in rassegna l’economia della conoscenza di Enzo Rullani, America oggi di Marco Vitale e alcuni articoli di Giuliano Amato soffermandosi anche su alcuni contributi di Carlo Panella, Piero Bassetti e Niccolò D’Aquino. Sembra quasi voler cercare dei sentieri nuovi nella confusione generale, delle stradette elucubratorie propiziatorie, un modo per giocherellare con il pensiero ma anche un modo per provare idee e ragionamenti di alcuni protagonisti dell’economia e della politica economica italiana con cui discutere e mettersi alla prova.

Un esercizio preparatorio del vero e proprio confronto con Geertz che inizia così sullo sfondo di alcune idee-prova come la critica dell’economia politica del Rullani teorico dell’economia della conoscenza che apre un varco interessante ma poi si lascia ammaliare e sopraffare dal desiderio di attaccare frontalmente il sacro tempio dell’economia, il ruolo della religione che sta dietro la formazione americana delle nuove ideologie neoconservatrici messo a nudo da Vitale, le tendenze sclerotiche ed entropiche che caratterizzano la società americana e che stanno alla base della perdita di energia creativa e di capacità trasformativa della stessa cultura democratica americana (e non solo) illustrate da Amato.

Un tema questo che diventa quasi centrale nell’analisi. Una discussione aperta che si confronta con la teoria del centrage e recentrage di Fernand Braudel e con l’analisi di Hobson sul Jjingoismo e quella di Mancur Olson sul declino, tenendo conto anche della logica dell’azione collettiva, ci troviamo nel cuore della questione. La crisi ha radici lontane e trova le sue basi principali nei meccanismi vitali che regolano le società sviluppate e che producono entropie e sclerosi. Basta vedere l’affermazione di tendenze populistiche e assistenzialistiche, in Italia e non solo, da un lato e jingoiste dall’altro. Il nucleo di una malattia dello sviluppo che rischia di bloccare la costruzione della democrazia liberale a economia di mercato, il vero obiettivo del lungo percorso di incivilimento democratico che ha lontanissime radici italiche.

A questo punto Meldolesi, senza ancora sapere come sarebbe stato dieci anni dopo, afferma che

“il crescente policentrismo denuncia il prevalere di ideologie ultra-liberiste di fronte a difficoltà di gestione planetaria in progressivo aumento”.

E si riaggancia e Edmund Phelps che parla di disuguaglianze inaccettabili, perdita della dinamicità economica, disoccupazione, scontento collettivo, chiedendosi come indurre, invece, processi di inclusione, di dignità per tutti i cittadini. Il richiamo è forte perchè Phelps, dopo essersi soffermato sul tema della produttività del lavoro e sull’innovazione, afferma senza dubbio che produttività e innovazione e quindi creatività e sviluppo poggiano in ultima analisi sulla cultura, una cultura corrispondente, diffusa tra la popolazione. Una cultura adeguata al tema richiede, però, apertura non protezione, coraggio non difesa, intraprendenza non attendismo. C’è un gran bisogno di innovatori, imprenditori e finanziatori lungimiranti. E di una sana e generosa ribellione contro ogni forma di populismo e di assistenzialismo e invece di spinta coraggiosa verso il lavoro direttivo attivo e competente. Un lavoro di tipo imprenditoriale, innovativo che sgorga dal basso, e che diventi un vero e proprio cammino dell’esistenza. E non a caso, il Festival delle Culture di Giugliano in Campania ha accolto con interesse il claim “ribelli e competenti” lanciato proprio da Meldolesi alla platea di giovani che l’affollavano. Una scossa vibrante che dovrebbe interessare le stesse famiglie e le istituzioni scolastiche, in modo che possano essere davvero aperte e sprigionatrici di energia piuttosto che chiuse e rigide nella preoccupazione familiare predominante.

Eppure, e qui viene il bello, Meldolesi non è ancora soddisfatto dell’analisi. Tutti temi, idee e protagonisti interessanti, utili all’analisi, buoni per entrare nel problema, ma pur sempre “finiti”, limitanti, insufficienti, inadatti a spiegare il funzionamento ed a facilitare la soluzione (anche parziale, naturalmente).

Ecco allora un ulteriore salto di analisi, un vero e proprio tentativo di salire sulle spalle di un gigante, per risolvere quel “problema di impostazione in grado di connettere e di rappresentare quell’orizzonte interpretativo”. Qui entra in gioco prepotentemente Clifford Geertz con il suo “Un mondo in frammenti” già richiamato sopra. Con ampie citazioni tratte dal saggio di Geertz Meldolesi ci porta alla conclusione che il punto focale della questione e, quindi, di “rammendare il mondo”, illustrato qui da Geertz, è quello di capire come “creare e mantenere strutture funzionali capaci di contrastare la spinta distruttrice verso l’omogeneizzazione” e, quindi, come vivere le differenze, conciliarle, integrarle, tenerle insieme, riconoscerle, rispettarle anche per poterle orientare secondo una logica nuova.

Geertz è il teorico della descrizione densa, lo abbiamo già detto, cioè capire i significati che gli esseri umani attribuiscono alle proprie azioni nei diversi contesti. Invece di fermarsi a osservare “cosa fanno le persone” Geertz invita a trovare “cosa significa per loro ciò che fanno”. Quindi, non ha senso la ricerca di una teoria universale. Non hanno senso le grandi narrazioni. La realtà sociale è complessa e irriducibile a un solo principio. Con Geertz la cultura cambia di posto, non è più soltanto folklore, è il mezzo attraverso il quale gli uomini danno senso alla vita.

In questo modo, grazie soprattutto a 50 anni di studi e ricerche antropologiche sulla realtà del Marocco e dell’Indonesia, soprattutto sulla realtà e la natura del conflitto etnico, in un contesto a prevalente cultura mussulmana, Geertz sviluppa un interessante confronto con la teoria politica che diventa utilissimo nella logica del rammendare il mondo. Scrivendo dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino, Geertz mette in guardia sul fatto che il mondo a blocchi non esiste più e che al suo posto, invece che un unico blocco, esiste una pluralità di formazioni sociopolitiche molto frammentate di fronte alle quali la teoria politica, con i suoi concetti di Stato, Popolo e Nazione è entrata in crisi. “Le asimmetrie del terrore delineatesi nell’era postbellica si sono dissolte e a noi, così sembra, non restano che i loro frammenti”.

Qui Meldolesi, che scrive circa quindici anni dopo Geertz, a un quarto di secolo dalla caduta del muro e alla vigilia dell’ascesa al potere di Trump, sembra voler smorzare il tono quasi apocalittico di Geertz per mostrarsi ottimista ma non senza porsi domande e dubbi. Quello che mi sembra ci voglia dire Meldolesi qui è che, in fondo, abbiamo acquisito una certa fiducia nella possibilità di padroneggiarlo il mondo e quindi possiamo essere per questo più ottimisti. E’ un’affermazione, secondo me, ancora più utile oggi, a quasi 37 anni dalla caduta del muro, in un mondo completamente o quasi rovesciato, dominato da conflitti inimmaginabili solo dieci anni fa.

Ma a quale tipo di fiducia fa riferimento Meldolesi? Tra una citazione e l’altra del testo di Geertz, affiora più volte questo sentimento di fiducia che, se a prima vista sembra derivare direttamente dall’impulso geertziano alla comprensione di un mondo in frammenti, in realtà poggia su qualcos’altro. Andiamo avanti.

L’invito, di Geertz e poi di Meldolesi, è dunque a rifuggire da formulette analitiche fuorvianti come “lo scontro di civiltà” o “la fine della storia” per citarne solo alcune e di guardare invece la realtà nella sua complessità. Geertz invita a “scongelare le categorie politiche” insistendo sul fatto che portare alla luce la varietà è altrettanto importante che lavorare a una caratterizzazione generale. E che dunque le due cose non sono antitetiche. Si integrano e si rafforzano a vicenda. La cosa importante è mettere la teoria politica con i piedi per terra, se ci è consentito usare questa espressione. Da qui le due domande centrali del ragionamento di Geertz già formulate all’inizio: Che cos’è un paese, se non è una nazione? Cos’è una cultura se non c’è consenso? Per capire ancora meglio il punto di vista di Geertz, qui ci vengono in soccorso le ampie citazioni del testo che utilizza Meldolesi, dobbiamo immergerci nella sua particolare sensibilità verso qualsiasi tipo di specificità, anche quelle tipiche dell’autoaffermazione etnica, religiosa, di razza, linguistica, ecc… che caratterizzano molte aree del globo e cioè i singoli frammenti, specificità queste che andrebbero il più possibile capite, comprese, prese in considerazione e non essere semplicemente contrastate. Sta qui il focus centrale di Geertz. Quando punta l’attenzione sull’importanza di una migliore interpretazione della “cultura intesa come cornice fondatrice di senso, all’interno della quale gli uomini vivono e danno forma alle loro convinzioni (…)”.

Se, dunque, la globalizzazione, paradossalmente, ha aumentato le differenze e allo stesso tempo ha creato una molteplicità infinita di interconnessioni invece che dentro un “villaggio globale”, ci dice ancora Geertz, siamo immersi in un vero e proprio “puzzle” (qui entra in gioco l’Indonesia con le sue mille diversificazioni e stratificazioni e un’infinità di differenziazioni che porta a concepire l’identità culturale come un campo di differenze). La teoria politica ha un ruolo importante per Geertz, perciò va necessariamente rivista alla luce delle sue scoperte antropologiche. Ogni cornice normativa sovrastante di tipo storico, ideologico o religioso non fa altro che bloccare e oscurare le differenze, nascondendo le ragioni del conflitto che quindi emerge periodicamente sprigionando diversa energia di volta in volta. La teoria politica deve entrare nel merito dei fatti concreti e per questa via deve rielaborare completamente i concetti basilari a partire dalla demolizione del concetto di nazione per arrivare a concepire qualcosa di più fine rispetto alla realtà, cioè di più raffinato, che sia capace appunto di governare le differenze, esaltandole, liberandole, ma allo stesso tempo legandole, integrandole, tenendole unite.

Torniamo per un attimo alla visione del mondo come un collage o ancora meglio un “patchworks” composto di un’infinità di frammenti eterogenei che non sempre sono fatti per incontrarsi ma anche per scontrarsi e che purtuttavia sono mobili, vanno quindi capiti, interpretati, osservati, analizzati, anche decostruiti per essere governati realisticamente. Siamo un pò distanti (ma non lontanissimi) dalla metafora del mosaico che richiama l’armonia, anche se non credo che le due immagini si debbano contrapporre. Il mosaico, richiama non solo le Muse romane, cioè le divinità che proteggevano le arti e le attività intellettuali, ma soprattutto l’idea di una tecnica artistica ispirata alla creatività e all’armonia, il mosaico metafora del rapporto tra unità e molteplicità. Forma e immagine dell’armonia, il mosaico unisce, lega le “tessere” (frammenti) che lo compongono, non semplicemente perché erano predestinate ad essere lì (come accade, ad esempio, nel caso del puzzle) ma perché sono capaci di unirsi, di integrarsi, di amalgamarsi, di trovare il loro posto grazie a una specifica tessitura. Questo incrocio tra l’immagine del collage e quella del mosaico mi sembra utile alla bisogna. Anche perché mi riporta all’immagine iniziale di Luca Cupiello e del presepe grande come il mondo. Mi sembra che qui, con l’immagine del mosaico, possiamo fare un passo avanti importante e trovare qualcosa di più solido che ci aiuta a connettere i frammenti e a rammendare. La sfida diventa quella di combinare insieme le due visioni, quella del collage e quella del mosaico senza mettere da parte quella del puzzle che richiama l’idea di una mano esterna capace di far combaciare i pezzi.

E così, nel capitolo finale del libro, intitolato proprio “Rammendare il mondo”, Meldolesi compie un vero e proprio tentativo di analisi, di risposta, di proposta per rispondere al programma stesso del libro. Ma, appunto, un tentativo (tentative), come sottolinea in nota. Un esercizio teorico-pratico che vuole aprire una serie di partite, che interessano l’elaborazione teorica ma anche l’azione pratica. Che non è, e questo mi pare molto interessante, semplicemente programmatica, ma è e può essere anche improvvisata, non programmata, occasionale, laterale, esterna.

Ci sono alcuni spunti interessanti in questo tentativo finale che vale la pena riprendere. Il primo è sul ruolo strategico che l’italicità può svolgere a livello planetario e, quindi, come funzione principale di rammendo. Il secondo è nella necessità di una rivisitazione completa delle relazioni europee italo-tedesche che possono giocare un ruolo chiave nel processo di ricostruzione dell’Europa, ammesso che si capisca che di questo si tratti.

Sul primo punto, Meldolesi ha già aperto un ragionamento approfondito nel precedente libro “Italici e città”. Nella prospettiva di un mondo che ormai scopre le fratture dell’ordine westfaliano, emerge una delle conseguenze più importanti della globalizzazione e cioè l’economia delle città vs. l’economia delle nazioni. In questa prospettiva, l’italicità intesa come “comunità di sentimento”, una prospettiva che viene da Cattaneo e che è stata discussa e rielaborata con Piero Bassetti, nasconde una grande opportunità, per il mondo e per l’Italia ovviamente. L’italicità sembra possedere le migliori caratteristiche del rammendo. Solo che trova nell’Italia, cioè nella madrepatria, nella pensisola, i suoi più evidenti limiti, gli ostacoli più forti alla sua affermazione o semplicemente al suo riconoscimento. Ma, anche per comprendere meglio questo punto, il passaggio sull’Europa trova il suo focus nelle relazioni tra l’Italia e la Germania, non a caso i due paesi ritardatari nello schema dell’ordine westfaliano, i due paesi che hanno giocato un ruolo chiave nel secolo breve, i due paesi che rappresentano la doppia contorta anima europea, i due paesi che fanno di tutto per non capirsi, per parlarsi addosso, per evitare di collaborare fattivamente. Anche qui si trova un pezzo importante del rammendo. Riconoscere i difetti della costruzione europea, in particolare il principale difetto di una costruzione unilaterale basata sul primato dell’economia sulla politica, significa innanzitutto cambiare linguaggio, cominciare a guardarsi in un altro modo, riconsiderare, ad esempio, la prospettiva culturale e forse anche quella linguistica.

In conclusione, mi pare di poter dire che i frammenti di Geertz sono stati molto utili nell’analisi di Meldolesi, utili soprattutto per facilitare il ragionamento e la comprensione, ma quell’analisi, come lui stesso afferma più volte, è un pò troppo disfattista. Il tentativo è rimetterla in positivo, trasformarla in una prospettiva incoraggiante ed è così che viene concepito rammendare il mondo. L’ottimismo programmatico di Meldolesi, e qui vengo al punto sollevato sopra sulla natura di quella fiducia al padroneggiamento che traspare in vari punti del ragionamento, tipico del possibilismo colorniano-hirschmaniano, è fondamentalmente basato sulla capacità di creare fiducia attraverso lo sforzo di analisi e di comprensione che spinge all’azione e che qui dentro, nell’imparare facendo, si rafforza e può diventare decisivo.

La dimensione “interpretative” della School fondata da Geertz e Hirschman a Princeton, l’elaborazione di Geertz e il possibilismo colorniano-hirschmaniano hanno trovato un campo d’azione speciale nel “Nostro Mezzogiorno”, in quelle molteplici iniziative di sviluppo locale e politica economica condotte in chiave possibilista dagli anni ‘90 in poi principalmente in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia e che oggi rappresentano il cuore delle prospettive mediterranee (cfr. di Luca Meldolesi, Prospettive mediterranee. la pensée de midi e il nostro Mezzogiorno, Rubbettino editore, 2022). Dove il Sud, oltre che come problema, è visto come laboratorio di sviluppo, come campo di sperimentazione economica e sociale del possibilismo, come spazio di iniziativa sociale non completamente catturato da fenomeni istituzionali, una terra di mezzo, come la definisce Meldolesi, nel senso di una risorsa teorica e politica a disposizione di tutti, del Nord e del Sud Globali.

Vorrei concludere questo mio piccolo contributo alla lettura di Rammendare il mondo ricordando che il libro è dedicato “Alla memoria di Alex Langer”. Ho scoperto Alex solo da poco, in occasione del trentennale della sua scomparsa (3 luglio 1995) e l’ho scoperto occupandomi di Ucraina sentendo parlare per la prima volta dei Corpi civili europei di pace promossi dal Mean, il Movimento europeo di azione non violenta, nato nel 2022 dopo l’aggressione russa all’Ucraina, che si ispira proprio ad Alexander Langer. Confesso di conoscerlo ancora poco, ma anche che lo trovo molto interessante. La sua posizione sulla guerra nella ex-jugoslavia è certamente molto utile oggi nei confronti della guerra russo-ucraina. Ci invita, infatti, a sortire dalla sterile contrapposizione tra pacifisti assoluti e guerrafondai incalliti per invitarci a interrogarci più a fondo, a rifuggire dalle letture semplicistiche e dalle narrazioni assolutiste, ad avere, in questo senso credo che Meldolesi lo abbia voluto insignire di un tale riconoscimento, un’attitudine speciale al rammendo, con quel suo atteggiamento costruttivo, fermo e risoluto nello stare dalla parte delle popolazioni, nell’essere sempre proattivo a mediare, nel presenziare sul terreno, nel cercare di comprendere le ragioni di tutti e nell’avere in ogni caso la fermezza di stare dalla parte dei valori civili e democratici.

“Rammendare il mondo” è un invito a rompere gli schemi consolidati di analisi ricorrenti, a cambiare visuale, punto di osservazione, modo di ragionare. Del Nord verso il Sud e del Sud verso il Nord. Non esistono Buoni e Cattivi, ma solo persone che fanno certe cose e che vanno osservate nelle loro motivazioni oltre che nei loro comportamenti. Fermo restando che vi sono comportamenti anti-umani che non trovano giustificazione mai, l’atteggiamento del rammendare è nello sforzo di capire e di collegare, dare un senso alle cose del mondo, non solo a quelle del proprio mondo, essere capaci di unire i frammenti, farsi mosaico più che presepe.

Con questo riferimento, credo che la prospettiva del rammendare meldolesiano abbia davvero ancora tanto da poterci dire. In tutte le dimensioni e a tutte le latitudini. Abbiamo davvero tanto da rammendare e tanto da imparare. E siamo appena all’inizio dell’opera.

 

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